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Giovedì, 03 Marzo 2016 15:11

I misteri di «Casa padre Angelo»: partono i primi esposti

I misteri di «Casa padre Angelo»: partono i primi esposti
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L'autore Gian Piero Robbi


C’è del marcio nella “Casa Padre Angelo ONLUS” di Trento? Continuiamo a parlarvi della struttura che ospita le madri che vivono un disagio sociale di vario tipo (madri a cui per decreto è stata temporaneamente tolta o limitata la capacità genitoriale per cui necessitano un rapporto di genitorialità).

E non è ormai più una percezione ma un uno più uno di fatti che, sommati, delineano i contorni di una vicenda cupa sulla quale la Provincia Autonoma di Trento non può più fare ’orecchie da mercante’, anche a seguito dell’interrogazione del Consigliere Provinciale di Civica Trentina, Claudio Cia (e sulla quale non è mai giunta una smentita da parte della dirigenza della casa di accoglienza, cosa che dovrebbe introdurre un elemento di ulteriore riflessione).

Per prima cosa, non può che stonare l’evidenza del rapporto tra la chiusura della Partita IVA legata alla struttura, avvenuta nel 2014, e i soldi pubblici che continuano a confluire in essa:  perché? Tra le ipotesi ce ne viene in mente una: esiste un prestanome?

Sappiamo, per dirne una, che all’interno della Casa, oltre a 13 mamme e i loro bambini, di cui il personale dovrebbe prendersi cura (il condizionale è voluto), ci sia anche un profugo/a, per cui è stata stanziata la somma incredibile di 70mila euro, a cui vanno aggiunti i 350/400 euro a persona assistita di introiti pubblici. Cose dell’altro mondo, no?

Ma emergono, in base alle nostre fonti, anche altri particolari che dovrebbero indurre ad un approfondimento da parte dell’autorità giudiziaria: come impedire a una delle madri che risiedono nella Casa di uscire (dal centro) con la propria bambina per qualche ora d’aria, altrimenti ci sarebbe la minaccia della chiamata alle forze dell’ordine con l’aggravio della situazione per la donna.

Non è, forse, questo una sorta di sequestro di persona?

E non finisce qui, purtroppo: ci sono altrettante brutte voci su comportamenti dubbi ai danni di alcune assistite da parte del personale - come detto da Paolo Roat del CCDU, che sentite le numerose lamentele delle residenti denunciò il tutto ad una Tv locale (potete vedere il servizio qui) - che gettano un’ancora più cupa ombra su quanto avviene nella casa di accoglienza trentina (immaginate, a tal riguardo, non solo le preoccupazioni e le ansie di chi sta là dentro ma anche dei mariti e dei compagni che stanno fuori le mura della Casa).

Inoltre, è cosa nota la storiaccia dei cibi scaduti: era il 26 gennaio scorso, infatti, quando i NAS effettuarono un blitz per controllare gli alimenti presenti nella dispensa, dopo la pubblicazione di un articolo sulla nostra testata (visionabile qui) in cui è stata pubblicata una foto che documentava confezioni di cibo da consumarsi entro una data già trascorsa.

La questione alimentare non è di poco conto: se il mangiare è di qualità scarsa, questo, ad esempio, può naturalmente influire sulle madri in fase di allattamento dei propri neonati.

Inoltre, ci sono anche perplessità sull’effettivo lavoro di sostegno da parte di chi di competenza: gli educatori, a quanto sappiamo, presterebbero poca attenzione allo stato psicologico delle donne, spesso lasciate sole o a che fare con corsi di cucina e cucito che lasciano il tempo che trovano.

Sulla vicenda è ancora una volta intervenuta Gabriella Maffioletti, ex consigliera comunale, per la quale si può tranquillamente parlare di una struttura ‘anomala’, dove “le donne dicevano subire dei comportamenti lesivi della privacy e della dignità della persona, di essere tenute alla pulizia dei locali e a tutta una serie di altre incombenze senza alcuna attenzione e cura alla loro persona e alla precipua funzione per cui loro erano state lì inviate da parte dei servizi sociali del distretto di appartenenza”.

Racconti- continua la Maffioletti - che più che di tutela e di aiuto alla maternità tracciavano destini di madri lasciate sole nella gestione della loro filiazione, deprivate di ogni supporto in ordine alla ricerca di una loro affermazione della piena funzione materna attraverso una indipendenza economica e di recupero (qualora ce ne fossero stati reali motivazioni) della genitorialità compromessa”.

A proposito, poi, del fatto che la Partita IVA collegata alla Casa di accoglienza è chiusa dal 2014, la Maffioletti si pone quest’interrogativo: “Come sia possibile che una ONLUS qual è Casa Padre Angelo, usufruendo dello status dell'istituto di concessione, come mezzo di cooperazione tra pubblico e privato, e pertanto titolata al conferimento di soldi pubblici provenienti da varie fonti, sia dai bilanci delle Regioni che da quelli di Istituti bancari e dai progetti presentati nel novero dei fondi europei, abbia questa sorta di ‘desaparecidos’ nella tenuta dei registri istituzionali ma sia ancora perfettamente funzionante nella pratica quotidiana del sociale, dato che lì ad oggi vivono 13 donne madri sole?”.

Come donna- ha commentato, poi, la Maffioletti - che vive la propria condizione in piena autoderminazione e realizzazione sia in campo lavorativo che come madre, mi sento particolarmente colpita dalle storie di altre donne meno fortunate di me per varie congetture del destino, e che stanno espiando le loro  ‘colpe’ (sostanzialmente di essere povere sia di spirito che di patrimoni) attraverso umiliazioni e deprivazioni di dignità umana che non sono ascrivibili alle nostre latitudini e al nostro sempre più tracollante sistema sociale che spesso di sociale porta solo il nome e che per contro sul sociale intessa un vero e proprio business lavorativo e speculativo”.

Parole che colgono nel segno, proprie di una “crociata per i diritti umani” che deve avere come campi di battaglia l’aula del Consiglio Provinciale e le stanze della magistratura: bisogna, dopo quanto di scioccante rivelato in quest’articolo, fare chiarezza e in maniera urgente: ne vale della civiltàe della difesa della legalitàdella nostra società.

A seguito di quanto raccontato, il nostro "Sportello del Sostegno", nelle persone di Gabriella Maffioletti e Gian Piero Robbi, la prossima settimana, presenteranno due esposti, uno presso la Corte dei Conti per portare alla luce le palesi incongruenze degli esborsi provinciali verso queste strutture che, pare, sembrerebbero senza nessun controllo; l’altro presso la Procura della Repubblica per vedere se non vi siano responsabilità penali da parte degli amministratori del centro.

Gian Piero Robbi

Gabriella Maffioletti


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